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DESTINI, CHITARRE E BACCALÀ

Da quando ho sviluppato un’ossessione per le porte e i portoni di case, palazzi e palazzoni, sogno un galeone attraccato a Praça do Comércio e le colonne leggermente coniche, col cappello sferico e i muschi di acque secolari. Mi piace pensarle come una porta nell’oceano per la città lusitana.

Lisbona è una città piena di salite e questo si sa. Ha strade ripide e scalinate peggio che è quasi necessario aggrapparsi ai corrimani, come in ferrata. Lo sforzo, però, consente di raggiungere i miradouros: i nidi d’aquila dei quartieri.

Uno memorabile è quello di Nossa Senhora do Monte, a Mouraria. Posto mistico non solo per la visione d’insieme che riesce a dare, al riparo sotto grandi pini, ma anche perché è tra i più erti e salendo quasi ce le hai le visioni! Il percorso più corto si inerpica tra le vie del quartiere partendo da Almirante Reis. È una scalinata mai a dimensione giusta per il piede umano dove gli scalini sono troppo stretti o ci servono due passi per salirne uno.

Il quartiere già nell’etimologia mostra qualcosa del suo antico destino: era lì che i mori delle colonie venivano ghettizzati durante la Riconquista Cristiana e così, fino a qualche decennio fa, è rimasto spazio esclusivo per i soliti reietti. Ora, oltre dieci etnie fanno espirare le strade di fantastica diversità: street art e azulejos si fondono con l’odore dei pasteis de bacalhau e la brezza del Tago che asciuga i panni stesi delle case.

Con-sonanti eclettismi, tetti rossicci e pappagalli selvatici sugli alberi, la città è sempre sottomessa al destino, nolente o dolente.

Coincide, allora, che questo distretto sia genitore del fado, musica di agonia trascinante in un ambiente circoscritto, emersa in un gruppo socialmente emarginato nel corso di una fase economica critica post-industriale. La voce accompagna una chitarra e un liuto a forma di pera. Strumenti parchi per armonie maestosamente drammatiche. Sa cantare come nessuno la grazia del suo popolo, quello dei marinai, delle pescivendole, dei vagabondi e delle donne della strada. Tutto il cuore pulsante della città, il frutto di un brodo culturale.

Prospera, si diffonde nelle tascas gremite e fumose, e proprio al destino - o fatus - viene lasciato il compito di sancire il tema dei componimenti: la malinconia sofferente, il mal d’amore, la saudade per chi è partito, le conquiste, gli incontri e gli addii. L’appucundria a Napoli.

Prima di spopolare in maniera indistinta si additavano come fadisti o fadiste tutte le persone unite dalla stessa sorte, in qualche modo già segnata.

Credere nel destino come qualcosa cui non si può sfuggire, il dominio dell’anima e del cuore sulla ragione. Il sogno con-scio spesso è frenato da sfiducie disarmanti della vita sveglia, eppure è riusciuto a essere strumento propagandistico per Salazar perché capace di rendere le persone tanto stanche da non credere di poter cambiare le carte in tavola.

La figura del pobrete ma alegrete impera, però la ruota gira, la speranza è sempre l’ultima a morire e forse è stato proprio il fato a determinare la Rivoluzione dei garofani, partita dal malcontento dei militari carnefici e poi vittime nelle guerre d’Ultramar, che hanno portato lutti e miseria per l’interesse di quei pochi che dallo sfruttamento delle colonie cavavano fortune.

La consapevolezza crescente di essere carne da macello ha alimentato l’idea della rivolta contro il regime fascista. Paradossalmente è stata l’Africa sottomessa a liberare il Paese.

Immagino fado e penso a due facce d’una stessa medaglia, contemporanee: i volti di Amalia Rodrigues e Antonio Zeca Afonso si specchiano.

Lei, riflesso del fado aristocratico, quello censurato dal regime, con voce tremante e scialle nero, la sua musica che suona come rebetika greca, choro brasiliano, flamenco andaluso o canto popolare sefardita e la voce insolente che varia da quella di cantante di Bollywood, a quella di un muezzin arabo, a una diva del soul. Accusata di aver avuto un'associazione con il regime, risparmiata in un momento in cui i dissidenti venivano imprigionati - come è successo con Afonso, arrestato nella prigione di Caxias un anno prima della rivoluzione - ha confessato di aver avuto una cotta per Salazar.

Zeca è icona resistente contro la dittatura dell'Estado Novo e la melodia di Grândola Vila Morena utilizzata come segnale radiofonico durante il golpe dos cravos. Lui simbolo dell’antifascismo e del movimento operaio lusitano, i suoi brani pieni di riferimenti alla condizione critica in cui riversavano gli sfortunati durante il fascismo portoghese.

Vejam bem parla di un uomo in cerca di un impiego che si rivolge invano al gestore di una ditta. Senza un soldo, è costretto a dormire all'addiaccio e a rubare per vivere. Nel retro di un ristorante, il solo posto dove non lo vedono, divora in fretta due uova sgraffignate. Dormire sotto le stelle, nel senso meno romantico, è un rimando a ciò che succede agli oppositori, a chi si metteva contro la PIDE. I gabbiani a terra sono presagio di tempesta, di catastrofe e un loro passo sulla sabbia è cambiamento, a dispetto dell’inamovibilità cantata dal fado tradizionale.

Anche Amalia, contrariamente alla sua reputazione di simpatizzante fascista, è stata generosa donatrice a organizzazioni politiche clandestine, attinge spesso alla tradizione radicale del genere. Canta testi di poeti sovversivi oltrepassando labilmente la censura, parole che riportano la musica a origini vagabonde: un canto di furfanti, un inno al delitto, un'ode al vizio, un incoraggiamento alla depravazione morale, un'emanazione malsana dai centri di corruzione e dalle infami abitazioni.

Dimore che ancora oggi, a pochi chilometri dalla città, appaiono fatiscenti, con materiali di recupero e lamiere al posto delle pareti. Di gente che si sveglia ogni mattina prima dell’alba e con i mezzi pubblici raggiunge la città per lavori di bassa manovalanza. Il fado suona anche per loro, per una condizione cinicamente immobile, suona e riecheggia nelle case vuote, impolverate dall’enorme gentrificazione del centro città. Dopo la crisi e la ripresa economica dettata da ritmi austeri, molte aziende hanno investito in Portogallo aprendo nuove sedi ed esponendo i lavoratori a contratti precari e orari da fabbrica. Il centro della città e i quartieri limitrofi, seppur restaurati e messi a nuovo secondo il decoro civile, continuano a restare vuoti, o meglio, accessibili solo a chi può usufruire della Visa Gold o ai pensionati.

E Airbnb il cui nuovo mercato degli affitti brevi ha preso di mira non le seconde case in località vacanziere ma le città e le case abitate, svuotando interi quartieri in ogni metropoli. Questo tipo di mercato ha prodotto un salto di scala nei processi di speculazione e finanziarizzazione della casa e, contemporaneamente, di privatizzazione del welfare (Airbnb contro le città. La crescita del turismo urbano e il diritto alla città nell’epoca delle piattaforme digitali di Sarah Gainsforth in City killer def, a cura di Lucia Tozzi). Se inizialmente la retorica della condivisone poteva reggere perché a utilizzare Airbnb erano principalmente giovani squattrinati in cerca di un’entrata extra, è bastato poco perché la piattaforma diventasse un potente strumento di accumulazione di profitti, derivanti dalla rendita immobiliare, nelle mani di pochi multiproprietari.

Pedro è appena tornato dalla Cina dopo aver lavorato come professore d’inglese. Non ha l’aria di un portoghese con quella sua fisionomia slanciata e magrolina, quei ricci castano chiaro e il naso prominente che gli danno un’aria da polacco. Se ne sta appoggiato alla panchina, fumando una sigaretta, con una camicia a maniche lunghe di lino azzurro e gli occhiali da vista tondi e una montatura leggera in metallo. Racconta che gli stipendi non superano la media di novecento euro mensili e che il salario minimo nazionale è fissato sui seicento e tra magagne e piccoli abusi c’è chi rasenta il tetto dei quattrocento. In una zona semi-centrale un appartamento può costare dai mille ai millecinquecento euro. Tutto ciò, viene facile comprendere, risulta inaccessibile per un lisboneta medio. E i quartieri resi sicuri nascondono il cannibalismo del capitale.

Questa è Lisbona: ricchezza e povertà, progresso e disordine. Tormentata come Pessoa e diversa come i suoi eteronimi.

Fernando, inquieto e nostalgico come il fado. Amava la sua città e voleva che tutti la vedessero coi suoi occhi, gli stessi che conducevano una vita modesta girovagando tra l’ufficio di corrispondente estero e la caffetteria. Affaticato dallo sgomento di un vivere banale, del gioco monotono e ripetitivo, spaventato dalle schegge impazzite che si lasciano guidare dalla necessità del fato tristemente umano: respirare e riprodursi per garantire a sé e alla propria prole il consumo di oggetti.

Fa nascere altre pessoas dalle sue viscere e gli fa affrontare circostanze che non era in grado di gestire da solo. Tre sono gli eteronimi che firmano più frequentemente i suoi scritti: Alberto Caeiro ha un'infanzia simile a quella del poeta: orfano e in custodia da una prozia. Difende la conoscenza empirica, quella che passa attraverso l'esperienza concreta, apprezza la semplicità e dimostra il suo gusto per la natura. Più importante del pensare è il sentire attraverso un linguaggio semplice, familiare e oggettivo.

Álvaro de Campos di Tavira. Ingegnere in Scozia, si nutre di pessimismo decadentista e tramite l’oppio sfugge musicalmente alla realtà; poi l’euforia e l’entusiasmo provocati dal boom tecnologico lo trasportano in un futuro lontano e la scrittura si fa senza punteggiatura, nel tentativo di imitare la velocità del mondo tecnologico e infine smette di credere e il nihilismo lo padroneggia. Il terzo è Ricardo Reis, monarchico e medico colto, vive secondo la cultura classica e la filosofia dell'antichità greco-latina. Lui crede che l'uomo non sia padrone del suo destino e non può nemmeno cambiarlo e non resta che cogliere l'attimo con serenità e cercare di esserne felice. Ma è proprio questo che Fernando rifiuta, e usando le parole di Calvino ne Le città invisibili riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Farsi cullare dall’impossibilità di cambiamento è un processo divoratore di sogni e speranze.

Ritrovare il centro in sé stessi per ripensare l’esperienza umana, per abbandonare i frattali a cui assomigliano le vite uguali, la cui geometria si ripete passiva e priva di significato in chi decide di accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Significa non pensare al mondo, ma sentirlo, accedere a un superiore grado di comunione con le cose, oltre che con le persone, una più alta empatia.

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