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NOMADISMO SONORO

Oggi, nel mondo sottoposto alla triplice accelerazione di conoscenze, tecnologie e mercato, è sempre maggiore il divario tra la rappresentazione di una globalità senza frontiere e la realtà di un pianeta scisso, disgregato, in cui le divisioni si ritrovano al centro (Augé Marc, Per un’antropologia della mobilità).

Nonostante l’antico fenomeno umano sia intriso di abbandono e non di gestione, di incertezza e non di regole, viviamo una favola capitalista illusoriamente rosea nei nostri sicuri centri cittadini. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è sempre più a portata di mano grazie alla globalizzazione, ma cortocircuiti fanno sì che non si distingua più facilmente il concetto di mondo-città dalla dura realtà delle città-mondo: abitiamo luoghi frammentati nel cui tessuto urbano si accentuano le disuguaglianze fra quartieri e gruppi sociali; sempre più frontiere dividono il pianeta.

Nel tentativo di rimuovere ciò che sfugge alla logica della classificazione e del controllo, la modernità ha tentato di perseguire un’organizzazione razionale così da trasformare anche l’abitare in un domicilio regolarizzato e disciplinato. Qui, il verbo abitare viene svuotato del suo significato più profondo: avere consuetudine in un luogo, una determinazione della terra o del posto in cui si risiede - anche temporaneamente - uno spazio generalmente condiviso nella vita pubblica con una comunità o con la famiglia. La vita stanziata, però, non è la sola scelta possibile. Il nomadismo è atto volontario e sistematico all’interno di un territorio, legato agli spostamenti ciclici del bestiame durante la transumanza (νέµειν = pascolare) ed è, per estensione, qualunque forma di esistenza sociale che implichi spostamenti periodici necessari alla sopravvivenza di un gruppo umano.

La figura del nomade incarna il percorso esistenziale dell’uomo contemporaneo per il quale muoversi non è più spostarsi da un punto all’altro della superficie terrestre, ma attraversare universi di problemi, mondi vissuti, paesaggi di senso (La Cecla Franco, Perdersi. L’uomo senza ambiente) e il viaggio nomadico è forma di resistenza alla progressiva urbanizzazione e ai valori che questa impone, mettendo in discussione la strategia dell’addomesticamento. Identità di storie e culture costantemente in transito, come quelle dei Sinti che sfuggono alle gabbie e migrano dal XI secolo partendo dal nord dell’India verso l’Impero Bizantino, fino in Europa. Si spostano in famiglie che diventano estese quando aggiungono altro legame sanguigno e si trasformano in kumpània quando non necessariamente imparentate. Sono comunità, πòλις autonome sempre alla ricerca dell'indipendenza, dissociate dai gagè; la loro struttura sociale è definita dalla coscienza collettiva. Sono gitanos in Spagna, manouches in Francia, kaale in Finlandia, parlano la lingua romaní che testimonia con le varie influenze il tragitto compiuto, da sempre considerati come maledizione di Dio a causa del loro peregrinare continuo.

Perseguitati sin dal Medioevo, stereotipati come criminali incalliti e irrecuperabili, considerati dai nazisti come un miscuglio pericoloso di razze deteriorate. Loro, clandestini, illegali per il fatto di esistere, rappresentano il più fulgido esempio di homo sacer: l'essere insacrificabile e uccidibile, escluso tanto dal diritto divino quanto da quello umano; colui che, esiliato dalla sfera civile, rimane soggetto alla sovranità di chiunque voglia disporre del suo corpo e niente di ciò che gli viene inflitto può costituire reato. Così come l'homo sacer, il clandestino quanto più viene estraniato dal diritto, tanto più viene esposto all'abuso e alla morte (Agamben Giorgio, Homo sacer).

Vessati, fucilati e sterilizzati per evitarne la riproduzione, i rom sembrano portati a scordare la spensieratezza del villaggio e sostituirla con la cappa opprimente di un’innocenza non più recuperabile, un nuovo porrajmos, una grande distruzione subita durante le persecuzioni razziali e che ora sembra torni indietro come un boomerang, autoinflitta.

Simile è stata la vita di Perhan, ne Il tempo dei gitani di Kusturica, ragazzo ingenuo, che lascia il campo cercando di far fortuna in Italia per garantire un’operazione alla sorellina Daza, nata con una malformazione a una gamba. Parte convinto da Ahmed, personaggio di spicco del villaggio, ma si ritrova invischiato in un giro di criminalità organizzata tra vendita di bambini ancora in fasce, coercizione all’accattonaggio e stupri atti a indurre fanciulle alla prostituzione. Il giovane ha solo un tacchino paragonato all’uccello del sole ma si ritrova lentamente e senza nessuna coscienza a perdere tutto: le illusioni, la memoria e l’amore per la dolce Azra. Perde anche se stesso in un viaggio che mostra il delirio di un luogo dove la vita sembra essere un miraggio: è solo tagli sugli avambracci, ma consumata con la dignità di chi non ha più nemmeno il dolore e non riesce a scordare il passato. Noi come loro, loro come noi. Maestri malavitosi e chierichetti della decenza, tiriamo la pietra e nascondiamo la mano, indicando l’alter come il delinquente numero uno e, coi paraocchi, non vediamo che il rapporto con le abitudini sul vissuto evidenzia la connessione tra la costruzione dei confini con la percezione della differenza. Tuttavia, tra identità e alterità esiste un rapporto dialettico e ognuna si fonda e si forma in relazione con il suo opposto, per cui non sono concepibili l’una senza l’altra (Augé Marc, Tra i confini. Città, luoghi, interazioni).

La questione centrale è il confine contrapposto all’abitare il mondo, i divieti alla circolazione, al movimento e chi li rispetta, è imparare a considerarci tutti golem nati da un’unica fanghiglia. L’aspirazione è quella di andare verso forme culturali che nascono per effetto di contaminazioni, note mescolate che parlano di storie diverse e comuni. Sono musiche e fiabe, sonorità che si raccontano da mille anni.

L'improvvisazione, anche sopra brani sentiti per la prima volta, è lo spirito musicale dei manouches, che si lasciano trascinare dalle emozioni, le mani si muovono in un continuo apri e chiudi della cassa toracica sonante o sul riff di una chitarra o un violino o del battere su un tamburo che onomatopeicamente riprende la etimologia sanscrita Ḍom, strettamente connessa all’omonimo popolo nomade del Medio Oriente. Raccontavano le paramiša attorno al fuoco e ogni fiaba era un sogno di libertà, di cavalli, di magie, di furbizie e coraggio; asce di guerra eufoniche da scagliare contro chi li ha sempre bistrattati.

I rom suonano l’organetto anche senza conoscere la teoria musicale, come Django Reinhardt che pur essendo in grado di capire, smontare e trasformare ogni musica, non solo non sapeva scrivere o leggere un semplice spartito, ma era anche completamente analfabeta. Nato dentro la roulotte di famiglia da genitori sinti provenienti dall’Alsazia, appena diciottenne, coinvolto in un incendio del caravan, passò una lunga convalescenza a letto ad inventare una tecnica che gli consentisse di suonare la chitarra con l'uso delle sole due dita della mano sinistra sopravvissute all'incidente, dovendo adattare nuovamente il suo corpo alla sua passione. Reinhardt, che si fece insegnare da Stéphane Grappelli a scrivere il suo nome, sarà come il precursore del jazz. L'esperienza del Quintetto dell'Hot Club, nato nell'ambiente musicale francese negli anni ‘30, dove si ritrovavano indifferentemente musicisti di formazione classica, musicisti neri, afroamericani, emigrati dall'America e i rom di tutta Europa sarà dimostrativo di come le influenze siano solo motore di bellezza. Anni difficili e sotto il dominio delle politiche di pulizia etnica dove la presenza di esperienze di questo genere mostrava un grande senso di appartenenza e di dedizione nei confronti di una passione comune.

L’alterità viene riconosciuta solo attraverso il raggiungimento della responsabilità individuale come esperienza fondamentale del diverso. L’uomo è libero perché è responsabile ed è la risposta capace di un’elaborazione di senso: uno spazio di libertà in quanto presa di distanza dagli eccessi di una visione meccanica e opprimente (Simmel Georg, L’etica e i problemi della cultura moderna). Allora il lasciar essere diventa il segno specifico della libertà, l’atto in cui l’essere-se-stesso dell’altro è solo da rispettare.

Sembreranno così, forse, aleggiare le melodie, come nella scena del matrimonio tra Perhan e Azra, con le lanterne accese sull'acqua del fiume, il sole al tramonto e la nebbia che rendono insieme l'inquadratura serena e speranzosa intorno le parole di Ederlezi

a ricordare l'eterno e tortuoso viaggio del popolo romanì. Contro vento, contro la normatività.

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