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OSA 2021: OSARE SEMPRE

di Gabriele Di Filippo

Pietre mnemoniche, pietre vernacolari. Suoni che ricordano e non scordano.

Open Sound crea e mette in scena l’incontro tra musica elettronica contemporanea e cerimonie ancestrali della tradizione popolare lucana. Spinge per una ricostruzione di senso del suono osando e immaginando nuove visioni melodiche.

Se ogni opera vera, profonda comincia dal nulla, dallo spazio vuoto come dice Yuval Avital, allora è giusto che si parta da Matera, dal ματαίος ὄλος, mataios olos, come la chiamavano i greci. Dalla gravina attraversata da torrenti che rende vacuo il tufo, eroso da acque millenarie, teatro del festival.

Come l’acqua corrode e decostruisce l’interno delle pietre su cui scorre, così le tracce di Open Sound lo riempiono materialmente di nuovo e fluttuando nell'etere sorprendono orecchie stupefatte. Le zampogne, i campanacci, i cupa-cupa partecipano ai beat dei mixer nella creazione di sani processi psicosomatici, trascinando onde di primordiali sensazioni. Ogni cosa prende vita. Misticanze temporali date dal melting pot di strumenti, in cui periodi storici passati e futuri si fondono ed escono mutati dalle casse.

La serata finale sarà ospite del Pollino Music Festival, nel borgo di San Severino Lucano in provincia di Potenza. Venticinquesima edizione di un insolito fine settimana di agosto dove arte e ri-conoscenza del territorio, musica e laboratori teatrali, rivelano un lontano e sempre necessario confronto con la natura del Parco e con le persone tutte, che sia rispettoso e più genuino. Tra i boschi custodi del pino loricato, all'ombra delle loro foglie.

Open Sound è lo special guest di quest'anno e si mostra come un nuovo format da poter essere ascoltato e visto in più eventi, capace di intrecciare relazioni che suoneranno nel futuro. Quest'anno assegna la guest producing a Plastica, SPLENDORE e Foresta di Ivreatronic, collettivo di amici e amiche nato da una nottata di festa e sperimentazione sonora nella grigia e meccanica periferia torinese, musica per liberi orizzonti.

Abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con due di loro: Mattia Barro a.k.a. SPLENDORE e Matilde Ferrari in arte Plastica e staremo a sentire quali idee nasceranno dal future sounds e dal clubbing e come tutto fonderà con la tradizione lucana.

Mattia e gli altri si conoscono da una vita e nessuno si è dimenticato di loro, come la musica non l'ha fatto nonostante i periodi di pausa e crescita individuale del collettivo. Quattro anni fa il ricongiungimento dopo dieci anni che SPLENDORE non tornava a Ivrea e mi è capitato di immaginare lui e il suo EP OMG, am I really feeling these feelings I’m feeling right now? come un Mike Skinner del futuro nel suo album d'esordio Original Pirate Material a cui lo accomuna la periferia, la storia di un amore infranto e la consapevolezza di stare creando una musica altra, come la loro trasformazione personale. (spero non me ne voglia per il paragone n.d.a.).

Matilde è nata a Verona ed è poi cresciuta a Milano. Lava è il suo primo Ep uscito poco più di un anno fa quando tutto sembrava immobile persino le speranze, ma lei ardeva dentro e produceva questa traccia che fa letteralmente parlare la metropolitana e tutto il brulicante formicaio che c'è sopra. Suonano incastri di armonie e rumori metallici, la città in tutto e per tutto.

SPLENDORE


Ciao SPLENDORE, come stai?

Vi rispondo dagli Appennini, precisamente da Premilcuore e dalla sua Grotta Urlante; direi bene.

C’è stato un passaggio forte di identità, di esplorazione di nuovi te da L’Orso a Splendore. Cosa ti ha guidato?

La maturazione da ragazzo ad adulto. La mia generazione (in particolare nei bio-maschi) è rimasta incastrata in questa emancipazione e spesso la rifugge. A me, personalmente, hanno guidato gli attacchi di panico, reminder del bisogno di guardarsi dentro e ricostruire dove i ponti erano stati lasciati crollare. Nel percorso verso casa è semplice poi ritrovare la propria identità, o almeno il suo seme.

In che relazione vive il tuo nuovo corpo inteso come identità atona, non categorizzata e primitiva, con la tua musica?

Ho iniziato a passare le mani su parti del mio corpo che non consideravo, scoprendole straniere. Mi sembrava di iniziare a conoscere un corpo estraneo, che però era mio, ero io. Ho fatto lo stesso con la musica, sono andato a riprendermi delle parti di me che avevo dimenticato e mi ci sono trovato dentro.

Consideri il ballo come la forma migliore di liberazione ed emancipazione identitaria e sessuale non tanto come forza disinibitrice, bensì come rivendicazione soggettiva, alla stregua del theyyam. La performance art è forse un modo per avvicinare l’esplorazione del corpo a quella sonora?

È un esercizio di auto-sabotamento degli schemi e delle abitudini di pensiero.

Per noi osare vuol dire rispettare la primordialità e la possibilità futura, comprenderle, superarle, immaginare, restare aperti. Se la sperimentazione di cui ti fai portavoce diventa quotidiana, cosa diventa osare?

Forse è tempo che l’osare perda la sua specialità, diventando una splendida banalità quotidiana. Non c’è bisogno di reinventarsi o sperimentare ogni momento della propria vita, diventerebbe un lavoro, quindi capitale. Lasciamoci oziare.

Parlando del tuo ultimo Ep hai detto di essere partito con l’intento di voler fallire, di non dire niente. Quanto siamo soggetti a una pressione di competizione e come si supera la crisi del fallimento personale?

La pressione è folle, nella musica non di meno. Dovremmo poterne parlare apertamente e ampiamente e profondamente dei nostri fallimenti, in società e nelle nostre comunità. Ci sarebbe bisogno di banalizzare il fallimento. Accettare il fallimento è una conquista, ancor meglio, una liberazione.

Cosa cercherete con Foresta e Plastica nel compito di guest producers del progetto Open Sound 2021?

Un paesaggio sonoro che esplorerà il suono primordiale della Basilicata e la sua proiezione in non-mondi immaginifici.

Tu, ispirato dagli estremi e arcobaleno di colori, che hai visto il riflesso di un mondo aggressivo e dicotomicamente binario, quanto pensi sia importante guardare le circostanze con uno sguardo obliquo e non fermarsi all’egemonia del pensiero comune?

Lo sguardo obliquo dovrebbe sempre essere un obiettivo personale, comune e comunitario.

Quanto lavorare da solo nella produzione della musica ti porta vicino al rischio di egoriferirti e quanto Ivreatronic come progetto collettivo ti allontana dal pericolo?

Il rischio di lavorare da soli è quello di ego-ferirsi. Ivreatronic è sempre un bel ritorno all’essenza della cosa-musica. C’è stata un’esasperazione folle dei progetti solisti in questi anni, e oggi come non mai, patisco tremendamente lavorare in solo. Forse la musica non ne ha più bisogno, nemmeno la società. Torniamo alle crew, alla collettività.

PLASTICA

Ciao Plastica, come stai?

Ciao, benone! Quest’estate sto girando moltissimo, tra tour e vari concerti (da sola, con Laila Al Habash ed Elasi), OSA e qualche breve vacanza.

Guest producer insieme a Foresta e SPLENDORE, come pensi di affrontare questa delicata mansione? Quanto pensi sia necessaria una sorta di empatia per un lavoro artistico a sei mani?

Credo che sia più che necessaria: sono sicura che ognuno di noi sarà disposto e ben contento di fondersi al meglio con gli altri e accoglierne idee, suggestioni e modalità di lavoro/live. Siamo tutti molto diversi musicalmente ma l’obiettivo e la sfida saranno quelli di preparare un live il più armonico e coeso possibile. A livello tecnico, ognuno ha già preparato qualche idea da remoto, prima di partire, e nei giorni di residenza le fonderemo nei modi più vari.

Com'è stata l'esperienza allo JägerMusic Lab?

A Berlino ho vissuto assieme ad altri producer e musicisti come me. Un’esperienza artistica e umana fortissima, impossibile da riassumere in poche parole: come in ogni residenza artistica, è stato molto formativo ma soprattutto intenso, in quel momento, creare diverse osmosi con gli altri producer (fino a poco prima sconosciuti) di provenienze totalmente diverse dalla mia, oltre che avere a che fare personalmente con alcuni grandi della scena italiana come Saturnino. In più abbiamo vissuto per dieci giorni il brivido di un’esperienza berlinese non poco frenetica: poche ore di sonno (e open bar di Jagermeister tutte le sere, se si può dire), music producing, jam e dj set a tutte le ore del giorno con la possibilità di suonare in posti come l’IPSE o il Monkey Bar.

Poi il lockdown. Come ha reagito la tua creatività di fronte a questo periodo storico?

Sarò sincera: non è tutto rose e fiori. Diciamo che produrre musica da quasi due anni per distribuirla quasi esclusivamente online o comunque digitalmente ha i suoi vantaggi ma non credo stimoli molto la creatività. Da subito ho reagito con la raccolta “40ena beats”: una raccolta di brevi beat campionati da dischi “casalinghi”, nata da una serie di video che pubblicavo su Instagram. Poi diciamo che, Aspettando Godot, c’è sicuramente stato, come per tanti miei colleghi, qualche momento di crisi. Credo che la chiave della creatività stia nello stimolarsi a vicenda: mentre prima per fare la mia musica avevo bisogno di isolarmi dal mondo, forse satura, ora ho sempre più bisogno di gruppo, di collettività, di idee, di stimoli nuovi. OSA in questo senso sono sicura mi/ci sfamerà a dovere.

Quando e perché hai iniziato a campionare suoni urbani?

Più che urbani, mi piace campionare i suoni che mi circondano nei vari posti in cui mi trovo, che siano casa, negozi, mare, strade popolate da artisti locali, aeroporti, situazioni varie. Ho iniziato a farlo perché mi piace pensare, ottimisticamente, che il suono perfetto per il mio ultimo beat fosse dietro l’angolo: registrando alcuni rumori nella metro di Milano è nata “Lava”: sono riconoscibili nell’intero del brano.

Sei con Radio Raheem dove gestisci un tuo spazio musicale all'interno e ripenso distopicamente alle radio pirata inglesi sviluppatesi dagli anni '60. Quanto è importante, soprattutto in un ambiente universitario, una forma di condivisione di saperi essenzialmente libera che riesca a mischiare musica e cultura generale?

Radio Raheem mi è sempre piaciuta tantissimo: ero fan prima di entrare come resident. Credo che la forza dei ragazzi di RR sia nel dare uno spazio il più libero possibile a tutti, o meglio, a chi si vuole esprimere: nella tua ora di selezione musicale puoi mixare senza limitazioni, ed è un buon modo per aprire la mente e suggestionare l’ascoltatore, che a sua volta contamina altri ambienti. Come producer e musicista, sono affascinata dalle altre selezioni musicali e mi ritengo ascoltatrice prima di tutto.

Con la Sugar, di cui oggi sei compositrice, le sonorità di Plastica continuano a mutare forma. Nuove sincronizzazioni da trovare. Avresti voglia di anticiparci i tuoi progetti?

Certo! Oltre che cercare e produrre nuove voci, sto cercando di migliorare e ampliare il mio live set personale per cercare di portarlo in giro la prossima estate. Sto anche scrivendo e producendo tracce elettroniche nuove che vedranno presto la luce.

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